assenza ingiustificata

Nei giorni precedenti il Natale l’atmosfera in portineria non era più la stessa. Non si sentivano più, entrando dal portone, le solite urla dei due bambini del custode, né si avvertivano più come prima i soliti “odori forti” della cucina meridionale: cime di rape, broccoli, capitone, fagioli in umido… Il “buongiorno” e il “buonasera” veniva pronunciato sempre più distrattamente dal custode quasi sempre impegnato per i fatti suoi a parlottare con la moglie o semplicemente a fissare con lei il vuoto davanti a sé da dietro la guardiola.
Prima era tutto diverso. Ogni occasione era buona per attaccar bottone con ogni inquilino che sbucava dall’ascensore, magari per lamentarsi di questa o di quella cosa che non andava. Ad esempio, quelli che uscivano con la bici dimenticando il portone del giardino interno aperto, quelli che sporcavano la moquette della passatoia, quelli che infischiandosene del divieto fumavano in ascensore, quelli che aspettavano un mese prima di portare la spazzatura dall’appartamento giù nei bidoni favorendo così l’arrivo degli scarafaggi, i ladri che di quando in quando forzavano il portone e magari sarebbero entrati se non ci fosse stato lui a fermarli, gli spacciatori, le puttane e qualche trans che la notte si fermavano a “lavorare” davanti al portone.
Anche le piante nell’atrio, sebbene il custode si fosse sempre vantato del suo pollice verde, sembravano languire per mancanza di attenzioni: le foglie non erano più così lucide, qualche ramo appassito era rimasto attaccato al tronco senza essere prontamente eliminato, la terra nei vasi si vedeva bene che era disidratata.
Ma soprattutto non si avvertiva il Natale nell’aria. Non c’era quella gioiosa frenesia degli anni passati né quella esagerata sollecitudine del custode, e della moglie, che si precipitavano ad aprire il pesante portone agli inquilini più anziani o si offrivano di trasportare valigie e pacchi dall’ascensore alla macchina parcheggiata lì vicino in previsione di laute mance.
Sant’Ambrogio era passato da un pezzo quando alla chetichella venne messo su l’albero di Natale. Il solito abete finto, s’intende, poi sommerso di stelle filanti bianche, rosse e blu grosse come le sartie di una nave di modo che più che al Natale facevano pensare a una festa di Piedigrotta. Ciò nonostante qualcuno dette la sua mancia, come tutti gli anni, e qualcun altro, sempre gli stessi, non dette niente, come tutti gli anni.

E passò anche il Natale. In un grande silenzio quasi inquietante, ma nessuno ci fece caso perché la casa era ormai occupata da più di un ufficio, che ovviamente nel periodo natalizio chiudeva, e i pochi appartamenti privati rimasti generalmente per le feste si svuotavano perché tutti o quasi avevano parenti da raggiungere altrove o case fuori Milano dove trasferirsi per una vera e propria vacanza.
Quando dopo l’Epifania tutti iniziarono a tornare, l’albero di Natale era ancora lì, molto addobbato, e proprio questo iniziò a preoccupare gli inquilini dei piani bassi che avevano maggiori rapporti con il custode e i suoi bambini.

Normalmente, come spesso accade a Milano, non è che tra gli abitanti dello stesso palazzo ci si conosca molto. Un buongiorno o un buonasera sono in genere tutto quello che ci si scambia incontrandosi o scontrandosi davanti alla porta dell’ascensore. Per la privacy, per il quieto vivere o semplicemente per non perdere tempo, nei palazzi milanesi la comunicazione tra coinquilini è stata sempre demandata al custode, eletto a intermediario anche per eventuali lamentele o richieste. Ma adesso che il custode non compariva e quell’albero di Natale cominciava a essere illuminato dai primi raggi di sole che entravano dalla porta a vetri dell’ingresso del palazzo, bisognava per forza parlarsi.
Il primo ad agitarsi fu l’inquilino del secondo piano. Salì ai piani più alti, suonò qualche campanello e a chi gli aprì chiese se per caso sapeva che fine avesse fatto il custode dato che da Natale non lo si era più visto e quindi nemmeno la posta era stata consegnata. Ovviamente nessuno seppe rispondergli, o perché era appena tornato o perché pensava a un’assenza momentanea del custode o che lo stesso si fosse preso qualche giorno di vacanza per andare a festeggiare il Natale con i parenti. Ma le vacanze erano finite e i bambini avrebbero dovuto riprendere la scuola, si decise perciò di rivolgersi all’amministratore per capire cosa stava accadendo.

Il giorno stesso, verso il tardo pomeriggio l’amministratore si presentò nell’ingresso dello stabile insieme con due carabinieri. La porta della portineria era chiusa.
«Io non ho le chiavi», disse quasi a giustificarsi l’amministratore, «a questo punto dobbiamo per forza forzare la serratura, non c’è altro modo».
«Ma io ho sentito dei rumori, qualcuno ci deve essere», intervenne la moglie dell’inquilino del secondo piano. «Dal balcone della cucina che dà sul giardino ho sentito arrivare anche degli odori come se qualcuno stesse cucinando».
L’amministratore bussò più volte contro il vetro della guardiola chiedendo a voce alta: «C’è qualcuno? Potete aprire per favore?». Ma nessuno rispose.
Intanto davanti all’ingresso della portineria si era radunata una piccola folla. Oltre all’amministratore e a una sua assistente, ai due carabinieri e ad alcuni inquilini dei vari piani erano arrivati anche i titolari dei due negozi a piano terra, un’estetista con addosso ancora il camice bianco e un restauratore di mobili d’epoca con il grembiule nero da lavoro. Dagli alberghetti di fronte qualcuno osservava incuriosito.

L’inquilina del sesto piano disse: «Io non posso dire niente perché scendo sempre nell’ora della pausa pranzo quando la portineria di norma è chiusa. Però a pensarci bene io li ho visti anche dopo Natale quando sono partiti i miei parenti che ho avuto come ospiti e li hanno salutati».
«Sì, ma poi non si sono più visti e le cassette della posta sono tutte vuote», osservò l’inquilino del quarto.
«Io penso ai bambini», disse con un sospiro l’estetista.
Nel gruppo si fece silenzio. L’inquilina del sesto, visibilmente impallidita, si sedette sui gradini: «Scusate ma non mi sento troppo bene, speriamo che non sia successo niente di grave», disse.
«Certo vivevano molto al di sopra delle loro possibilità», buttò lì l’estetista. «Li incontravo spesso al bar dove lei andava a fare colazione con i bambini, cappuccino e brioche…oppure nella gelateria…so che in tintoria non le facevano più credito».
«Hai capito, si son presi le mance, la tredicesima e se ne sono andati senza dover pagare nessuno!», commentò il restauratore.
«Se per quello la tredicesima, e anche la liquidazione se le erano già fatte anticipare un bel po’ di tempo fa», intervenne l’amministratore.
«Ah quei poveri bambini!», sospirò ancora l’estetista. «Adesso dovrebbero essere a scuola e invece…»
«Forse sono scappati proprio per salvare i bambini», osservò l’estetista. «Negli ultimi tempi ho visto spesso fermarsi qui davanti macchine di grossa cilindrata e uscirne gente dalla faccia poco raccomandabile che poi si metteva a parlare con il custode».
«Adesso capisco perché negli ultimi tempi lui era più ansioso del solito, aveva sempre la faccia tesa e pallida, la faccia della paura», osservò l’inquilina del sesto rimettendosi faticosamente in piedi.
«Certo che se si era messo a frequentare certa gente, quelli non perdonano…capisco che non potendo pagare abbia preferito scappare», disse l’amministratore.
«Eppure dentro ci deve essere qualcuno, ho sentito che cucinavano», insistette con più enfasi l’inquilina del quarto.
«Si può provare a entrare dalla finestra che dà sul cortile», propose l’amministratore guardando i due giovani carabinieri.
«Qualcuno ha le chiavi per uscire in giardino?», chiese il più giovane dei due.
«Certo, eccole!», disse l’inquilino del quarto e gliele diede.

Il giovane carabiniere uscì in giardino, salì su uno sgabello che era proprio sotto la finestra della portineria e bussò contro la tapparella semichiusa chiedendo più volte: «C’è qualcuno? Aprite la porta per favore!»
«Speriamo di non dover assistere a una disgrazia», sussurrò quella del sesto e dagli sguardi dei vicini capì di non essere la sola a pensarlo.
«Già, con quello che succede oggi», disse l’estetista, «per fortuna che non si sente odore di gas…».
Non finì la frase che la porta della portineria si aprì. Tutti si spostarono per riuscire a vedere meglio cosa stava accadendo all’interno, ma la schiena del secondo carabiniere, che era appena entrato e stava parlando con qualcuno, faceva da paravento. Tra lo stupore generale, quando si fece da parte tutti poterono vedere che le persone erano due, un uomo e una donna, entrambi abbastanza giovani, intorno alla trentina, e non erano il custode con la moglie ma due perfetti sconosciuti, per di più extracomunitari, probabilmente lui marocchino e lei romena.
Il carabiniere, capelli neri, occhi azzurrissimi e viso dolce, entrò nel monolocle più cucina abitabile e rimase per un po’ a parlare con gli inattesi ospiti. Quando uscì e tutti gli si fecero intorno per sapere cosa era successo, raccontò che il custode aveva affittato l’appartamento ai due per un anno intero a trecento euro al mese e l’intera cifra, tremilaseicento euro, se l’era fatta dare in anticipo. La coppia aveva mostrato anche un “regolare” contratto, il foglio a quadretti di un block notes con la cifra e la causale firmato in calce dal custode.
Fortuna volle che il giovane carabiniere ci sapesse molto fare e che la giovane coppia, forse clandestina, forse consapevole oppure no di essere in torto, fosse comunque di carattere conciliante e, prese le loro poche cose e messe in due valigie, seguisse docilmente gli agenti per andare a sporgere regolare denuncia del raggiro nel più vicino posto di polizia.
Tutti tirarono un profondo sospiro di sollievo: in fondo era andata bene! Qualcuno arrivò perfino a commentare: «Eh, sono cose che capitano!»
«Ma li prenderanno, ma dove saranno andati?», chiese petulante l’inquilina del quarto.
«Truffe tra poveracci», rispose con sufficienza l’amministratore, «figurarsi se la polizia ha tempo di correre dietro a loro…»

Adesso la portineria è ancora vuota. In attesa di trovare un nuovo custode l’amministratore ha assoldato per un mese una impresa di pulizia gestita da marocchini che ogni mattina lava e lucida ogni centimetro quadrato di atrio e scale. Sulla guardiola è appiccicato un cartello:
“SI AVVISANO I GENTILI INQUILINI CHE LA PORTINERIA RIMARRA’ CHIUSA FINO A DATA DA DESTINARSI PER ASSENZA INGIUSTIFICATA DEL CUSTODE”.

(Da “Cose che capitano”, racconti inediti di Rosanna Prezioso)

Info su Rosanna Prezioso

Rosanna Prezioso, giornalista professionista esperta in bellezza, moda e benessere, già beauty chief editor a Cento Cose e a Vogue Italia, ha collaborato con Amica, Gioia, Anna, Bella, Pratica, Io Donna, Marie Claire, Cosmopolitan e Panorama First. Tra i suoi interessi la cucina, l’arte, il disegno e la poesia. Libri pubblicati: “Cose di casa”, “Non solo amore”. Tessera dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti N. 052397.
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