the americans

Il bambino piange in continuazione. Ha la pelle rosa, grandi occhi blu e una lieve peluria biondo platino al posto dei capelli. E’ il ritratto della salute. Ogni mattina la mamma fa bollire due uova à la coque, le taglia in due con un coltello, le svuota in una coppetta con un cucchiaino, le condisce abbondantemente con pepe e sale e vi aggiunge una fetta di pancarré a pezzettini che fa intridere bene nei tuorli. Con questa “pappina” lo imbocca finché non è finita. Quindi gli dà da bere mezzo bicchiere di latte e un bicchiere di spremuta d’arancia che versa da una lattina presa dal frigo. Il bambino ha undici mesi. E continua a piangere. Io sono giovane e inesperta ma un dubbio mi viene e lo dico: «Forse il bambino ha fatto indigestione con tutte quelle uova ogni mattina». La mamma americana si mostra prima incredula, poi l’istinto materno prevale e decide di non porre freni alla provvidenza chiedendomi che cosa suggerisco di fare. Rispondo serafica che basterà tenere il bimbo a digiuno per un giorno o due e che in seguito forse sarà il caso di ridurre la dose giornaliera di uova. Intanto, per far passare il mal di pancia al bambino gli si potrà dare un po’ di camomilla. Mi guarda come fossi uno stregone che ha appena prescritto una immonda pozione al suo meraviglioso frugoletto. Tutto quello che loro consumano, roba in scatola e surgelati per lo più, proviene dallo spaccio del loro campo base, rifornito direttamente dagli Usa. Fuori di lì non si arrischiano a toccare nulla, con un’unica trasgressione, la spaghettata settimanale al ristorante per amore della quale le signore, che hanno fisici da quindicenni, digiunano tutta la settimana “accontentandosi” di long drinks e noccioline.

Da loro imparo tre cose, che a tavola si deve sempre far vedere una mano sola, la destra o la sinistra se si è mancini, mentre l’altra deve restare sotto il tavolo posata sulle ginocchia. Che la moglie perfetta non deve mai farsi vedere dal marito (o da altri) struccata o spettinata, perciò si alza prima di tutti al mattino, scompare nel bagno e ricompare vestita, truccata e ingioiellata come se dovesse salire sul set di uno spot pubblicitario.

Imparo anche che gli uomini sono maiali a tutte le latitudini: il papà del bellissimo bimbo biondo di undici mesi, che ha sangue pellerossa nelle vene e una pelle che tende al viola, quando è a casa nel weekend è sempre lì che butta gli occhi sotto la mia gonna appena mi chino. Mi fa tornare in mente le truppe d’occupazione che incrociavo andando a scuola da bambina mentre mi lanciavano i loro ripetuti fucky fucky accompagnati da espliciti gesti con le dita. E avevo solo sei anni.

Con le altre mamme, che hanno figli più grandi e quindi più esperienza, viene organizzato un breve consulto per decidere se autorizzarmi o meno ad acquistare e a dare al bambino la misteriosa camomilla. Le rassicuro dicendo che, primo, non è venduta sfusa ma confezionata, il che già le tranquillizza, secondo che la si compera in farmacia. Ed è questa la parola magica. Il bambino beve la sua camomilla e viene messo a digiuno, così smette di piangere e nel giro di un paio di giorni sta benone. La camomilla conquista anche i ragazzini più grandi quando dico loro che, al contrario del tè o del caffé, ne possono bere  a volontà. Sotto sotto spero che serva a frenare le gimcane che quotidianamente compiono intorno, dentro e fuori della villetta tra urla e salti dalle finestre che a uno dei quattro sono costati un incisivo nuovo di zecca con grande disperazione della madre. Ma non c’è niente da fare: qui si segue alla lettera il metodo “liberi tutti” di un certo dottor Spock.

Adesso che le quattro padrone di casa mi guardano con rispetto e con una certa considerazione nonostante la mia giovane età, posso anche offrirmi di cucinare. Si fidano. E non obiettano neppure quando dico che per farlo mi serve fare un po’ di spesa perché il boccettino d’olio d’oliva che tengono nel frigo come una reliquia non mi basta di certo, e poi ci vogliono parmigiano, verdura, riso. Faccio la mia minestra di riso con le erbette e di secondo gli servo la carne lessata che mi è servita per fare il brodo. La dispongo su di un piatto ovale “decorato” con le carote, le patate e le cipolle cotte nel brodo. Si accostano alla tavola con religioso silenzio e si complimentano ripetutamente con me e tra di loro per la fortuna che gli è capitata. Per l’occasione hanno fatto venire da Aviano due coppie di amici che si mostrano anch’essi a dir poco entusiasti. Non mancano le offerte di trasferirmi in America per aprire, magari, un ristorante. Insomma, un trionfo. Mi guardano come si guarda a una grande cuoca. E dire che ho fatto le uniche cose che so fare. Certo, rispetto alle fette di Praga e ananas in scatola o ai sandwich di burro d’arachidi e marmellata di fragole, peraltro buonissimi, qualcosa di più e di diverso senz’altro c’è.

(Dai racconti inediti “Viaggi e assaggi” di Rosanna Prezioso)

Info su Rosanna Prezioso

Rosanna Prezioso, giornalista professionista esperta in bellezza, moda e benessere, già beauty chief editor a Cento Cose e a Vogue Italia, ha collaborato con Amica, Gioia, Anna, Bella, Pratica, Io Donna, Marie Claire, Cosmopolitan e Panorama First. Tra i suoi interessi la cucina, l’arte, il disegno e la poesia. Libri pubblicati: “Cose di casa”, “Non solo amore”. Tessera dell'Ordine Nazionale dei Giornalisti N. 052397.
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