cooking for jap

cooking for jap

1 Marzo 2025 0 Di Rosanna Prezioso

Milano, 1992. In città la passione per il cibo giapponese non dilagava ancora quando in Giappone, dopo il successo della moda italiana, cresceva la curiosità per la cucina occidentale e il nostro modo di vivere la casa. Mi trovai in mezzo quando due delle riviste femminili più prestigiose di Tokio mandarono degli emissari nelle principali città europee per scoprire i nostri piatti tipici e il modo in cui organizzavamo l’habitat nella cucina e nelle varie stanze. Loro, che erano abituati a vivere in spazi quasi vuoti, ora si trovavano a dover fare i conti con il consumismo, che esigeva spazi e mobili dove poter collocare l’abbondanza della “merce”.
Ma torniamo alla cucina. Contattata da una intermediaria giapponese residente a Milano e che parlava bene l’italiano, mi venne chiesto se ero disposta a cucinare per una piccola troupe di due o tre persone, incluso il fotografo, che avrebbero ripreso e annotato tutto quello che facevo fino ad arrivare al piatto finito. Il servizio sarebbe stato poi pubblicato sulla rivista di livello medio-alto, molto vicina al nostro Grazia, e avrebbe trovato spazio anche in tv. Accettai.
Dal momento che mi si chiedeva di concentrarmi sulla pasta, non quella fatta in casa dato che avevano già realizzato un ampio servizio su quel tema, mi procurai tutto il necessario per realizzare una carbonara, una pasta con acciughe e broccoli e, giusto per sbalordirli, una polenta taragna, piatto che loro non avrebbero mai potuto realizzare non disponendo né del burro né dei formaggi per non dire della farina di grano saraceno.
La mia performance ebbe successo: io cucinavo e loro riprendevano ogni passaggio e poi mangiavano senza lasciare nel piatto neppure un filo di pasta o un broccoletto. Talmente soddisfatti che alla fine mi chiesero se per caso non potessi preparargli anche una pasta col pesto, piatto che all’inizio avevano escluso dicendo che l’avevano già fatto, ma gli sarebbe piaciuto assaggiare anche quello che preparavo io. Nonostante fossi un po’ stanca non rifiutai, che ci voleva, avevo il basilico fresco sul terrazzino e in casa tenevo sempre un vasetto di pinoli oltre ad aglio, olio e parmigiano. Soddisfatti, divorarono anche la pasta al pesto sprecandosi in lodi e inchini. Ormai era ora di cena, avevo passato tutto il pomeriggio a cucinare mentre loro continuavano mangiare. Prima di andarsene mormorarono qualcosa all’orecchio dell’interprete che tradusse: la pasta col pesto in Giappone la conoscevano già e la facevano spesso anche se non avevano il basilico, ma al suo posto usavano il prezzemolo, tanto il colore era lo stesso. Sapevo già che loro mangiavano soprattutto con gli occhi, ma questa proprio non me l’aspettavo.
Quando arrivò un’altra troupe giapponese per realizzare in casa mia un servizio per una rivista di arredamento, con sorrisi e inchini di apprezzamento fotografarono ogni angolo (nella foto sul divano siamo io con mia figlia Licia Gaia e la persiana Pelote), ma quello che li mandò in visibilio fu la soluzione che avevo trovato per le scarpe, chiuse in un lungo mobile basso del bagno. (r.p.)